PSICHEIA

luglio 6, 2010

Depressione? Parliamone


Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo a Psicheia

Depressione? Nel linguaggio comune diciamo di essere depressi quando ci capita di sentirci un po’ tristi per qualcosa, “ sentirsi giù”. La tristezza è un’emozione umana ed è perfettamente normale attraversare momenti di sconforto in relazione ad eventi particolarmente dolorosi. E’ una modalità affettiva universale che ci permette di superare le frustrazioni, le delusioni e le perdite. Ogni cambiamento nell’arco di vita individuale, “è perdita di qualcosa di noto e avventura dell’ignoto”, porta con con sé sentimenti di depressione per la perdita, e di ansia per l’ignoto, poiché è legato al nostro bisogno di continuità e integrità. Vivere significa affrontare continuamente cambiamenti fisici ed ambientali. E’ dunque, sempre presente il rischio di passare dalla depressione fisiologica alla depressione patologica, potremmo dire che oscilla tra normalità e patologia. Si può parlare di lutto? Si, quando è una normale reazione alla perdita di una persona cara,o ad un periodo “ critico” di trasformazione del senso di sé, come una separazione, la menopausa, la perdita del lavoro. Il lavoro del lutto coincide con una depressione, in cui l’oggetto d’amore perduto è tenuto in vita dentro di noi, ma la realtà prende il sopravvento e si è di nuovo capaci di guardare avanti. Quando però i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o sono sproporzionati rispetto ad essa o persistono per troppo tempo, c’è perdita di autostima, il senso del tempo e dello spazio cambia e si ha la percezione dell’impossibilità di uscire dalla situazione, allora si entra nella patologia. Si tratta di un disturbo psicologico che causa maggiore sofferenza e disabilità nella popolazione, così frequente da colpire attualmente il 15% di essa. L’incidenza della depressione a livello internazionale risulta essere in rapido aumento, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2020 questo disturbo potrebbe rappresentare la seconda causa di malattia ed invalidità temporanea. La Sindrome Depressiva, introdotta dallo psichiatra Meyer nel 1920, è un disturbo psicologico il cui quadro sintomatologico è caratterizzato da disturbi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi in grado di compromettere il funzionamento di una persona e le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale. Non si tratta quindi di un semplice ‘umore triste’ ma di un insieme di peculiari stati d’animo, modalità di pensiero ed azione. Inoltre, la tristezza non è sempre il sentimento più importante, non di rado, infatti, il soggetto esprime sentimenti di vuoto, di appiattimento emotivo. Secondo il DSM IV unitamente alla presenza di un umore depresso o di anedonia (vale a dire marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività) altri sintomi più caratteristici e frequenti presenti da almeno 3 mesi sono:

• l’umore stabilmente triste, un senso di abbattimento o di “vuoto” quasi ogni giorno, la perdita di speranza, la convinzione di non poter essere aiutato, il sentimento di infelicità, talora l’irritabilità;

• la perdita di interesse e di piacere (o anedonia) quasi ogni giorno, nelle attività e negli hobby che prima davano piacere, compreso il sesso, senso di distacco dalle persone care;

• il rallentamento psicomotorio (riduzione dei movimenti e della mimica, eloquio scarso e monotono, ecc.), quasi ogni giorno, talora sostituito, invece, dall’agitazione psicomotoria, con irrequietezza motoria e segni motori di tensione e di ansia;

• la perdita di energia, esperita ogni giorno, con difficoltà a concentrarsi, a ricordare, a prendere decisioni;

• l’insonnia o l’ipersonnia ogni giorno;

• la perdita di appetito e/o di peso o l’aumento di appetito e/o di peso

• la riduzione dell’interesse, del desiderio e/o del piacere sessuale

• la presenza di sintomi fisici “sine materia” come cefalea, disturbi digestivi, dolori alla schiena ed agli arti, ecc.

• pensieri di morte o di suicidio , tentativi di suicidio.

Come si percepisce un depresso? Sente sé stesso, la propria vita, la realtà circostante secondo una trasformazione peggiorativa che colora di qualità spiacevoli e dolorose. L’esistenza si svuota di significato e interesse, è vissuta nella solitudine, la morte è percepita come liberatrice. Emergono sentimenti di colpa che mascherano rabbia e disperazione, che intaccano la propria autostima. Cambia il modo di essere nel mondo, soprattutto nei parametri del tempo e dello spazio, in tal senso si produce una paralisi nel divenire, il peso del passato si dilata, pochi atti del proprio passato connotano tutta la storia personale e si caricano di negatività, il passato non ha più esperienze piacevoli, la nostalgia è dolorosa, il futuro inaccessibile, sbarrato, non c’è più progettualità, ed il presente si contrae, diviene immodificabile. Lo spazio interiore è ristretto, angusto, chiuso immobile, vuoto, gli oggetti e gli altri divengono irraggiungibili, da potersi esprimere in parole come: “Mi sento lontano dentro” Questo vissuto non è immaginario, non è un castigo divino, non è dovuto a colpe personali, egoismo o ad una particolare debolezza di carattere o ad uno stato d’animo che si può superare con uno sforzo di volontà. Dal punto di vista neurobiologico si riscontra una iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, di conseguenza elevati livelli di cortisolo nel sangue provocano effetti dannosi a tutto l’organismo. Il trattamento terapeutico integrato è essenziale sia farmacologico che psicologico. Gli interventi farmacologici implicano l’assunzione di farmaci antidepressivi di nuova generazione, quali gli inibitori selettivi della ricaptazione della Serotonina (SSRI) che hanno meno effetti collaterali (es. convulsioni, diarrea, cefalea) di quelli precedenti ( triciclici). Di recente hanno una buona efficacia i trattamenti come la fototerapia e quelli naturali come l’IPERICO o la fitoterapia. Il farmaco può tamponare una situazione di difficoltà, creando le premesse ad un percorso psicoterapeutico fondato sull’ascolto come accade nei gruppi o nelle sedute individuali. L’ascolto può permettere alla persona di imparare a confidare sulla propria capacità di progettare e di scegliere, affrontando anche i rischi insiti nei progetti e nelle scelte; esprimendo pensieri e sentimenti (che possono coinvolgere anche i familiari), imparando a non avere paura ad esprimere le proprie emozioni, come la rabbia, l’aggressività, e la noia.. Sarà possibile, in tal senso, creare una nuova modalità di relazione con sé stessi e con gli altri.

Dr.ssa Lina Giuliano, Psicologa

giugno 19, 2010

maggio 28, 2010

BINGE EATING DISORDER (BED)


Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo a Psicheia

 

Il Binge Eating Disorder (Disturbo da alimentazione incontrollata) è un disturbo del comportamento alimentare che è stato descritto in modo chiaro ed esaustivo solo di recente. Si tratta di una patologia che spinge il soggetto a compiere grandi abbuffate non accompagnate da quelle strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso che si ritrovano nella bulimia nervosa (vomito, lassativi, esagerato esercizio fisico, etc…). Le persone che manifestano questo disturbo assumono, in un tempo limitato, quantità di cibo esagerate, con la sensazione di perdere il controllo dell’atto del mangiare. Queste situazioni si ripetono più volte la settimana, anche in momenti in cui non si ha una sensazione fisica di fame. Quindi, il problema principale sembra consistere in una difficoltà a controllare l’impulso ad alimentarsi. Questo spiega perché, nella maggior parte dei casi, in questi soggetti sia presente una condizione di sovrappeso o di obesità. Infatti il disturbo sembra colpire il 2-3 % della popolazione, ma il 30 % degli obesi. In genere non colpisce adolescenti, ma soggetti tra i trenta e i quaranta anni. Perché si possa parlare di Binge Eating Disorder, occorre che coesistano un certo numero di comportamenti:

  • Le abbuffate devono avvenire almeno due volte alla settimana.

  • Devono verificarsi per un periodo di almeno sei mesi. 

  • Devono, in genere, essere indipendenti dallo stimolo della fame.

  • Quasi sempre, le abbuffate devono avvenire in solitudine. 

  • Il soggetto non prova gratificazione, ma un forte senso di colpa. 

  • Non esistono meccanismi di compensazione, al contrario di quanto avviene per la bulimia nervosa.

È presente, in chi soffre di questo disturbo, un marcato disagio riguardante il mangiare in modo incontrollato. Le caratteristiche cliniche del Disturbo da alimentazione incontrollata sono molto simili a quelle della bulimia. Infatti le persone affette sono molto preoccupate per il loro comportamento, se ne vergognano, e lo giudicano un grave problema, sia per la sensazione di perdita di controllo, sia per le conseguenze che le abbuffate hanno sul peso corporeo e sulla salute. Per quanto concerne le cause di tale disturbo, ci sono soltanto ipotesi. La più attendibile è che il Binge Eating Disorder sia legato a uno stato depressivo del soggetto, anche se non è ancora chiaro se sia il BED a innescare la depressione o il contrario. Di certo, un umore negativo (rabbia, noia, frustrazione, etc…) facilita l’insorgere della patologia. Dal punto di vista psicologico, il soggetto affetto da Binge Eating Disorder avrebbe una scarsa autostima, e l’abbuffata non sarebbe che il modo per riempire il proprio vuoto interiore. Il Disturbo da alimentazione incontrollata influenza la vita della persona che ne soffre, da un punto di vista sia fisico che psicologico e sociale. Ci possono essere complicanze mediche che di solito sono dovute allo stato di obesità (per esempio: diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione arteriosa, ridotta aspettativa di vita, etc…). Questi problemi generalmente richiedono la normalizzazione del peso e dell’alimentazione. Dal punto di vista psicologico, le persone sono spesso depresse o stressate a causa del problema alimentare, e possono, in alcuni casi, manifestare isolamento sociale a causa del loro stile alimentare o per il fatto di trovarsi in una condizione di sovrappeso o di obesità. In realtà, il Binge Eating Disorder non è altro che una condizione permanente di una situazione che può riguardare tutti. L’eccessiva gratificazione del cibo per contrastare uno stato potenzialmente depressivo è sicuramente non patologica e comune a molte persone (questi vengono chiamati casi “mascherati”). In ogni modo, le cure sono essenzialmente di due tipi: psicologiche e farmacologiche. Queste ultime si basano sulla somministrazione di antidepressivi (di norma i serotoninergici). Funzionano bene, ma dopo pochi mesi i loro risultati si attenuano. Diventano, pertanto, indispensabili le cure di tipo psicologico.

I trattamenti di psicoterapia a disposizione per la cura del Disturbo da alimentazione incontrollata sono:

  • Gruppi di terapia interpersonale: si tratta di una forma di terapia breve che si focalizza sulla soluzione dei problemi relazionali della persona. 

  • Psicoterapia ad orientamento sistemico-relazionale, focalizzata sulla risoluzione delle difficoltà relazionali che si presentano all’interno del sistema familiare. 

  • Terapia cognitivo comportamentale, che punta alla risoluzione del sintomo presentato, e nel caso specifico alla scomparsa delle abbuffate.

Infine, alcuni trattamenti, come quello cognitivo-comportamentale, prevedono un counselling psico-nutrizionale. Attraverso il monitoraggio quotidiano dell’alimentazione fondato sull’utilizzo di un diario alimentare in cui la persona annota cosa ha mangiato durante il giorno, questo trattamento permette di modificare le abitudini alimentari scorrette e di raggiungere e mantenere risultati a lungo termine.

Dr.ssa Chiara Rufo, Psicologa

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