PSICHEIA

aprile 30, 2010

aprile 22, 2010

Dislessia: conoscere per non ignorare


Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo a Psicheia:

Conoscere ed affrontare la dislessia evolutiva per un percorso di apprendimento senza ostacoli.


Tra i tanti disturbi psichici che possono presentarsi nel corso dello sviluppo di un bambino, i Disturbi Specifici Dell’Apprendimento (DSA) hanno un destino molto particolare: sono oggetto di moltissime ricerche in ambito nazionale e internazionale, costituiscono un modello per lo studio degli altri disturbi e per la comprensione dell’apprendimento normale, eppure chi dovrebbe occuparsene quotidianamente (gli insegnanti e a volte anche gli operatori sanitari) spesso non ne conosce o ne nega l’esistenza.
La dislessia evolutiva è uno dei disturbi specifici dell’apprendimento che riguarda la capacità di leggere in modo corretto e fluente. Si caratterizza come una mancata o parziale automatizzazione dell’uso dei codici della lettura nonché come una difficoltà a decodificare i testi scritti, che diventa un’operazione molto più complessa rispetto ai non dislessici e porta ad una maggior facilità di errore, ad un maggior affaticamento e ad un’intrascurabile lentezza. Questo disturbo specifico si evidenzia nonostante un’istruzione ‘normale’, un’intelligenza adeguata, un’integrità neuro-sensoriale e un ambiente familiare e socio-culturale favorevole. Il disturbo permane anche dopo la fase di acquisizione iniziale delle abilità del leggere e dello scrivere (primo ciclo elementare), caratterizzandosi come un difficile rapporto con i testi scritti in generale.
La persona con disturbo di dislessia evolutiva può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando molte delle sue risorse attentive e delle sue energie mentali, poiché non può farlo in maniera completamente automatica come gli altri soggetti; di conseguenza si stanca molto, commette errori, rimane indietro rispetto ai propri compagni, ha poche energie attentive da spendere per la comprensione. È come se i bambini dislessici vedessero sempre le parole per la prima volta e pertanto siano costretti a procedere tramite una lettura lettera per lettera, senza automatizzare il riconoscimento visivo. Questo causa un gran dispendio di energie attentive e porta il ragazzo a una lettura corretta per le prime righe del testo scritto e a commettere molti errori nel prosieguo, perché le sue risorse attentive si esauriscono o diventano più labili. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura, nel calcolo e talvolta anche in altre attività mentali (memoria, percezione, linguaggio,…). Tuttavia questi studenti sono generalmente intelligenti, vivaci e creativi. Errori caratteristici della lettura e della scrittura possono essere: l’inversione di lettere e numeri (legge “al” invece di “la” e “51” al posto di “15”). Un altro errore caratteristico è la sostituzione di suoni vicini come m/n (“mano” al posto di “nano”), f/v (“foce” al posto di “voce”), t/d (“tue” al posto di “due”), s/z (“Sara” al posto di “Zara”), c/g (“care” al posto di “gare”), c/g (“ciro” al posto di “giro”), p/b (“palla” al posto di “balla”). I bambini dislessici tendono a  sostituire suoni scritti in modo simile come m/n dove la differenza è solo una gambetta (“muovo” al posto di “nuovo”); n/u dove la lettera è ribaltata (“nova” al posto di “uova”); p/q/d/b (“quove” al posto di “dove”; “paro” invece di “baro”; “dalla” al posto di “palla”;…).I compiti scritti vengono vissuti dallo studente dislessico come fonte di ansia, dovuta ad un rapporto molto modesto tra grandezza dello sforzo cognitivo con un notevole dispendio di tempo e risultati scarsi o modesti.
Secondo Coltheart (1999) le cause della dislessia sono per il 60% organiche e per il 40% di tipo educativo, da ricondurre in gran parte al fatto che gli studenti sono colpevolizzati anziché aiutati. Le cause organiche purtroppo non sono ancora completamente note e diverse sono le ipotesi che sono state avanzate: una prima teoria, probabilmente la più nota, è quella della “disconnessione funzionale” (o connessione disturbata) fra i centri cerebrali deputati alla decodifica della lettura (Geschwind, 1965; Marshall, 1983); tra le varie articolazione di questa teoria, quella fonologica (deficit del processamento fonologico) sembra essere quella più accreditata da un punto di vista delle attuali evidenze scientifiche (Frith, 2002). Essa descrive la dislessia come una difficoltà dei ragazzi dislessici a manipolare i suoni rispetto ai non dislessici (ad esempio di effettuare la compitazione, lo spelling delle parole) e nel passare dal codice visivo a quello uditivo e viceversa. Una seconda teoria è quella che parla della difficoltà di inibire gli stimoli visivi e orientare l’attenzione in modo selettivo da sinistra a destra: il ragazzo dislessico avrebbe un campo visivo attentivo troppo ampio e quindi gli stimoli periferici andrebbero ad interferire con la discriminazione visiva creando un problema di affollamento di stimoli (crowding). Sembra che i lettori dislessici percepiscano in modo meno chiaro rispetto agli altri lettori gli stimoli che si allontanano leggermente dalla fovea, viceversa percepiscano troppo distintamente gli stimoli alla periferia del campo visivo, che creerebbero in questo modo un affollamento di stimoli, rendendo confusa la discriminazione visiva (Geiger e Lettvin, 1999). Il bambino dislessico discriminerebbe peggio di un buon lettore, perché non sarebbe in grado di inibire gli stimoli periferici (disturbi magnocellulari, Cestnick e Coltheart, 1999). Una terza teoria ipotizza una mielinizzazione (ricopertura delle cellule nervose) incompleta che non permette un’attenzione focalizzata verso gli stimoli visivi e una conseguente difficoltà di discriminazione e decodifica degli stimoli visivi che stanno alla base della lettura (Bakker, 1998). Tale disturbo interessa probabilmente il 3-4% della popolazione italiana, che tradotto vuol dire più di un milione e mezzo di persone. Il problema sta nell’individuazione dei dislessici da parte degli insegnanti e nell’orientare i genitori ad andare nei centri specializzati nella diagnosi di questo disturbo, perché molto spesso questi ragazzi non vengono riconosciuti e le cause delle loro basse prestazioni nella lettura vengono imputate a demotivazione, scarsa attenzione, relazioni familiari disturbate, scarso impegno nell’esercizio della lettura. Il ragazzo dislessico, consapevole delle proprie difficoltà di lettura, tende ad evitare le situazioni che richiedono una decodifica del testo scritto. Il susseguirsi di risultati negativi a scuola è psicologicamente devastante: lo studente si percepisce inferiore ai compagni. Questa situazione lo porta a sentirsi colpevole, poco amato dagli altri, a volte compatito.  Le aspettative negative nei suoi confronti minano la sua autostima e la sua visione del mondo e causano ansia da prestazione, atteggiamenti rinunciatari e perdita di fiducia in se stesso. Per aiutare lo studente dislessico occorre un’alleanza stretta tra genitori, insegnanti ed esperti del settore. Lo studente va aiutato a prendere consapevolezza delle sue difficoltà e del suo diverso funzionamento intellettivo. Occorre conoscere e accettare queste differenze per trovare strategie alternative nell’affrontare i vari compiti scolastici.
Se i problemi di apprendimento vengono individuati precocemente, l’utilizzo di particolari strumenti tecnici e l’adozione di comportamenti adatti da parte degli insegnanti possono rendere meno difficile il percorso scolastico.

Dr.ssa Mara Bruno, Psicologa

aprile 18, 2010

DSM – Dipartimento per lo Spaccio Mistificato.


 

“It’s not too late to save ‘normal’” (March 01, 2010|By Allen Frances)
“As chairman of the task force that created the current Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-IV), which came out in 1994, I learned from painful experience how small changes in the definition of mental disorders can create huge, unintended consequences.
Our panel tried hard to be conservative and careful but inadvertently contributed to three false “epidemics”:  attention deficit disorder, autism and childhood bipolar disorder. Clearly, our net was cast too wide and captured many “patients” who might have been far better off never entering the mental health system”.

Questo è l’accorato appello di un uomo che molto probabilmente non riesce più a guardarsi allo specchio con serenità: Allen Frances MD, professore di Psichiatria e Presidente del Dipartimento di Psichiatria e Scienze del Comportamento alla Duke University (Durham NC, USA) ma soprattutto è stato il Presidente della Task Force che ha redatto il DSM-IV, nel 1994.
Colpisce quindi ancor di più che sia proprio lui, tra i maggiori esponenti che denunciano il rischio di una divulgazione incontrollata di false epidemie sul disturbo mentale. Parole di un esperto, perché per sua stessa ammissione sostiene di non voler veder ripetersi gli stessi errori provocati dal DSM-IV, rispetto al Disturbo da Deficit di Attenzione (ADHD), l’autismo e il disturbo bipolare nell’infanzia, che hanno portato milioni di bambini, anche di due anni, ad essere bombardati con antipsicotici ed antidepressivi, quali il Ritalin ed il Prozac.    
Questo pericolo è ancora più forte nell’attuale discussione sulla quinta versione del DSM, che sta allarmando molti esperti e professionisti che operano nel campo della malattia mentale.
Fanno effettivamente pensare i nuovi disturbi mentali proposti dalla Task Force dell’APA, impegnata nella stesura del DSM-V, come ad esempio il “Temper Dysregulation Disorder with Dysphoria”, ovvero “disturbo del temperamento irregolare con disforia”, diagnosticabile ad un bambino che presenta episodi di irritabilità e rabbia in conseguenza a situazioni stressanti.
Allo stesso modo adolescenti che presentano sintomi quali: delusione, allucinazioni e una disorganizzazione del discorso, sono a rischio diagnosi per la “Sindrome del Rischio di Psicosi”. 
Abbiamo ancora disturbi come, il “Disturbo da uso della Cannabis”, il “Disturbo da Sostanze”, il “Disturbo da uso di Nicotina”, il “Disturbo dell’ipersessualità”, il “disturbo dell’accumulare” e chi più ne ha, più ne metta!
Come sostiene Christopher Lane, professore alla Pearce Miller Research, presso la Northwestern University di Chicago, il “Disturbo di ipersessualità”, che consisterebbe nell’impiegare gran parte del proprio tempo in fantasie e desideri sessuali, nonché nell’attuarli, siano pratiche particolarmente frequenti nella maggior parte degli uomini e degli omosessuali. 
Insomma quelli che una volta erano banalmente considerati “vizi”, più o meno accentuati, ora vengono bollati direttamente come disturbi mentali!
Siamo d’accordo con il prof. Allan Frances quando esprime la seguente preoccupazione:
Questa medicalizzazione all’ingrosso di problemi mentali potrebbe portare all’erroneo etichettamento di disturbo mentale per decine di milioni di passanti innocenti. È una questione sociale che trascende la medicina” (da art. “E liberaci dal male, di Riccardo Staglianò, Venerdì, La Repubblica).  
Se tutto diventa malattia, allora diventa necessario somministrare la pillola magica che tutto guarisce! D’altronde è inevitabile che questa cultura della medicalizzazione si affermi con il DSM-V, quando nella Task Force che lavora alla sua stesura, siedono membri invischiati per il 70% con le case farmaceutiche che finanziano loro ricerche e convegni. A tal proposito si segnala l’articolo di Lisa Cosgrove et al, “Financial Ties between DSM-IV Panel Members and the Pharmaceutical Industry”, Psychotheraphy and Psychosomatic (2006;75:154–160), riportato qui nel nostro articolo: “Il nuovo parto dell’APA”.
Vi lasciamo, per il momento, con questa significativa riflessione: “It not only determines how mental disorders are diagnosed, it can impact how people see themselves and how we see each other,” said Alan Schatzberg, the association’s president. “It influences how research is conducted as well as what is researched. . . . It affects legal matters, industry and government programs.”

aprile 16, 2010

Il nuovo parto dell’APA


L’American Psychiatric Association (APA) ha deciso di riaprire la discussione sul Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), ovvero sul Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, uno strumento internazionalmente condiviso per diagnosticare i disturbi mentali. 
La prima versione risale al 1952 (DSM-I), seguita poi da altre versioni; attualmente è in vigore una revisione del DSM-IV Text Revision che risale al 2000.
É quindi aperto il tavolo di discussione sul DSM-V che a quanto pare verrà pubblicato nel maggio del 2013. Alla presidenza della Task Force, nominata per il delicato compito, troviamo Kupfer, David J., M.D, professore e Presidente del Dipartimento di Psichiatria all’università di Pittsburgh, nonché Direttore di ricerca al Western Psychiatric Institute and Clinic.
Alla vicepresidenza abbiamo Regier Darrel A., M.D., da sette anni Direttore esecutivo dell’American Psychiatric Institute nella sezione Ricerca ed Educazione (APIRE), nonché Direttore della “Division of Research at the American Psychiatric Association” (APA).
Se volete invece conoscere tutti i membri della Task Force potete cliccare qui.
Sul sito ufficiale dell’APA è già possibile consultare alcune delle proposte messe sul tavolo di discussione.
In primis si sta riflettendo sulla metodologia da applicare per diagnosticare i disturbi mentali. Attualmente nel DSM-IV TR, viene utilizzato un sistema a 5 assi, riportato di seguito:
• ASSE I: disturbi clinici, caratterizzati dalla proprietà di essere temporanei o comunque non “strutturali” e altre alterazioni che possono essere oggetto di attenzione clinica.
• ASSE II: disturbi di personalità e ritardo mentale. Disturbi stabili, strutturali e difficilmente restituibili ad una condizione “pre-morbosa”; generalmente, ma non necessariamente, si accompagnano a un disturbo di Asse I, cui fanno da contesto. Questo asse è divisa in sottoparagrafi corrispondenti ai diversi disturbi di personalità.
• ASSE III: condizioni mediche acute e disordini fisici
• ASSE IV: condizioni psicosociali e ambientali che contribuiscono al disordine
• ASSE V: valutazioni globali del funzionamento
Per il DSM-V si sta invece valutando se introdurre una metodologia più quantitativa, ovvero una serie di questionari suddivisi in più livelli, che consentano una valutazione dimensionale per ogni specifico disturbo. Quel che auspichiamo è che non si tratti di questionari come quello utilizzato per la diagnosi dell’ADHD, dalla valenza scientifica alquanto discutibile (riportato qui). 
La discussione prosegue poi nella modifica di alcuni dei criteri con cui vengono classificati i vari disturbi mentali, ma che non vogliamo riportare per non annoiare il lettore. Tuttavia coloro che sono interessati, possono direttamente consultare il sito internet
www.dsm5.org
Ci sembra invece più interessante trattare le proposte sui disturbi mentali, che molto probabilmente verranno inserite nella nuova versione del manuale.
Pertanto è nostra intenzione seguire il dibattito e tutte le sue evoluzioni, entrando più nello specifico. Infatti nell’area “Dossier” parleremo specificatamente dei nuovi disturbi mentali, che saranno scientificamente riconosciuti, dopo la pubblicazione del DSM-V…Per la gioia della case farmaceutiche?! Vedremo…Intanto date un’occhiata a questo!
Quel che vi chiediamo è di avere un po’ di pazienza dal momento che dovremmo tradurre non poco materiale.

aprile 11, 2010

Sbatti il matto in manicomio!


 

Torna in voga con l’attuale governo in carica, la messa in discussione della Legge 180/78 sugli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, meglio conosciuta come Legge Basaglia. Si parla della legge che impose la chiusura dei manicomi, ponendo fine alla ghettizzazione e alle disumane condizioni in cui vertevano gli oltre centomila internati in modo coatto, perchè malati di mente. Persone con disturbi mentali, gravi e gravissimi, disadattati sociali, alcolisti e tossicodipendenti, tutti raggruppati tra le stesse mura, estirpati e dimenticati da una società che li teme a tal punto da preferire di gettarli nel dimenticatoio, quali inutili scarti del sistema. Nessuna distinzione di cura, proprio perché l’obiettivo dei manicomi non è mai stata la cura, ma una collocazione fisica per questi ingranaggi mal funzionanti. Ma poiché vale il detto che non si spreca niente, si è pensato bene di utilizzarli come cavie da laboratori per sperimentazioni scientifiche e farmacologiche. Tanto chi li avrebbe reclamati, chi si sarebbe preoccupato di far valere i loro diritti. Tuttavia a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, va diffondendosi anche in Italia, come in tutto l’Occidente, un movimento di de-istituzionalizzazione che mette in discussione i manicomi, aprendo il dibattito su modalità alternative di trattamento dei disturbi mentali. Questo movimento nel nostro paese nasce a Gorizia, grazie all’iniziativa dello psichiatra Franco Basaglia che si fece carico di promuovere concetti quali il decentramento, la territorialità, la continuità assistenziale tra l’ospedale psichiatrico, il territorio e la famiglia, l’importanza del lavoro in equipe e dell’impiego di professionalità specializzate nel settore. Si affacciano così per la prima volta sullo scenario politico temi come l’assistenza domiciliare, l’importanza di offrire strutture di accoglienza intermedia fra l’ospedale e la famiglia, la promozione della cultura della prevenzione al disagio, coinvolgendo la persona con disagio mentale in lavori nella comunità e nell’ambiente di vita, contrastando così l’emarginazione del malato mentale. Queste idee sono le stesse che costituiscono la Legge approvata il 13 maggio del 1978 rubricata come “180” che regolamenta ancora oggi il trattamento sanitario volontario e obbligatorio, e grazie alla quale sono stati istituiti i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente infatti la Legge “180” è confluita nella Legge 883/78 del 23 dicembre 1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale, un sistema pubblico a carattere universalistico che garantisce l’assistenza sanitaria per tutti i cittadini, garantendo una funzionalità assistenziale territoriale, svolta dai servizi sanitari regionali, dagli enti e dalle istituzioni di rilievo nazionale e dallo Stato, nella piena attuazione dell’art. 32 della Costituzione Italiana che garantisce la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e della collettività, nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Insieme con il servizio sanitario locale si sviluppa anche la rete di sostegno dei soggetti erogatori di servizio che prenderanno piede negli anni ottanta. Il movimento di de-istituzionalizzazione della cura dei malati mentali si è fondata su una evidente volontà di attuare un vera e propria organizzazione sanitaria di base, con il principale obiettivo di garantire i diritti della persona. Principi sacri spesso non menzionati da coloro che a più riprese cercano di rianimare il dibattito sulla Legge “180”. Il problema attuale non è quindi quello semplicistico di annullare una legge che ha permesso alla persona con disagio mentale di poter tornare a godere dei propri diritti umani, ma semplicemente di migliorare l’efficacia di quei servizi sociali pubblici di cui la stessa legge “Basaglia” si è fatta promotrice. Garantire ed accrescere il livello di assistenza alle famiglie e al malato, con frequenza e qualità maggiori e non favorendo invece una ulteriore commercializzazione del malato e della malattia, fin troppo emergente con la sempre più diffusa cultura della pillola magica in grado di risolvere ogni nostro problema. Il dubbio è che si vogliano attaccare i servizi sociali pubblici alla persona, per riaffidare le persone con disagio mentale nelle mani delle strutture sanitarie. Magari quelle private.  

Dr.ssa Fabiana Speranza, Psicologa

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