PSICHEIA

novembre 13, 2010

Filed under: PsicheiaKoiné — Tag: — Psicheia @ 6:50 pm

novembre 9, 2010

Filed under: Riflessioni — Psicheia @ 5:33 pm

Crescere

è smettere di preoccuparsi delle conseguenze!

Questo significa davvero essere liberi e padroni del proprio destino!

giugno 4, 2011

Essere una coppia sana


Io faccio una cosa, e tu fai la tua

non sono in questo mondo per

esaudire le tue aspettative come tu

non sei in questo mondo per

esaudire le mie.

Tu sei tu, e io sono io

se per caso ci incontriamo sarà bellissimo

altrimenti non ci sarà nulla da fare

La Prospettiva Gestaltica di F.S. Perls

Conoscere se stessi per vivere in armonia con l’universo


tratto da:

http://www.liberolibro.it/inversodiverso/conoscere-se-stessi-per-vivere-in-armonia-con-luniverso/

Antony De Mello, filosofo e psicologo, raccontava di una donna che in punto di morte, ebbe la sensazione di trovarsi di fronte al torno di Dio. Una voce, le chiese: ”Chi sei?” “sono la moglie del sindaco!”, ”Non ti ho chiesto di chi sei moglie, ma chi sei tu”. “Sono una maestra di scuole! “Non ti ho chiesto che lavoro fai, ma chi sei tu?” “Sono una cristiana!” “Non ti ho chiesto di che religione sei, ma chi sei tu?”. “sono una che andava tutti i giorni in chiesa e aiutava i poveri e i bisognosi!” “non ti ho chiesto quali virtù praticavi, ma chi sei tu?”
Naturalmente la donna non superò l’esame per entrare in Paradiso e fu rimandata sulla terra. Uscendo dal coma, con le dovute cure mediche guarì. Rifletté per un po’ su quanto aveva vissuto e quando ebbe consapevolezza di sé, cambio totalmente il suo modo di vivere. La sua vita non fu più uno stretto sentiero ma una pianura aperta dove confluivano tante strade. Capì che la vita rassomiglia ad un uccello che non lascia traccia del suo volo nel cielo: noi non siamo l’identità che ci siamo dati…la verità che ci fa liberi è di solito quella che non vorremmo udire. Finalmente aveva scoperto che quando affermava che un cosa non era vera, molto spesso ciò significava che non le piaceva. L’esperienza le aveva insegnato che per conoscere le cose bisognava essere colti. Per conoscere gli altri occorreva diventare saggi. Per conoscere se stessi bisognava essere illuminati. Essere illuminati è una sfida che ha il fulcro nello sviluppo dell’interdisciplina creativa, capace di aiutare l’uomo diventato un arcipelago in movimento, aggregazione transitoria, connessione plurima…
(A.:De Mello, La preghiera della rana)

La riflessione suggerita dal nuovo millennio sulle condizioni dell’umanità mette in evidenza poche luci e molte ombre. Sviluppo tecnologico sempre più inquinante, malessere sociale e degrado relazionale non si fermano. Bombardamenti mass mediatici insultano l’anima e veicolano un sentimentalismo privo di valori. I più confondono sentimenti con sentimentalismo. Non si desidera il sentimento. Mancano i linguaggi dei sentimenti. Si scavalcano gli affetti con la strategia dell’usa e getta. Si raggelano le relazioni. Scarseggiano i filtri educativi. Ci ingozziamo di spazzatura psicologica. Ci sono tre domande a cui non si vuole rispondere: “Che valore ha la vita? Perché vivo? Chi sono?” Dare una risposta significa smettere di rimanere nell’ambiguità, spiazzare il nostro infantilismo, prendere la vita totalmente nelle nostre mani e avere il coraggio di diventare imprenditori del nostro destino. Tutti crediamo di saper vivere e di conoscerci, mentre in realtà tiriamo avanti.
Conoscersi dipende dall’arte di essere naturali senza dimenticare che la conoscenza del mondo interiore è diversa dal mondo esteriore. Riflettere non è la stessa cosa che osservare. Montale scrive che il mondo esteriore è più aggressivo rispetto alla dinamica del mondo interiore e che per avere consapevolezza di se occorre equilibrare questo grande dislivello. Come? mediante l’esperienza del reale che, all’inizio è sempre una spiegazione genetica, ma, poi, si va arricchendo attraverso i vari vissuti che si influenzano reciprocamente e talvolta, avvicinandosi troppo, generano conflitti.
La conoscenza di sé, proprio come il cibo, è influenzata dal piacere, dalla simpatia, dall’odio, dal fastidio. Quindi apprendere vuol dire mettere dentro di sé conoscenze e consapevolezze appaganti e gratificanti. Digerire il cibo della mente senza anoressie o bulimia. Capire qualcosa di noi comporta un atteggiamento mentale come quando si cerca di capire una poesia o di interpretare il quadro di un’artista. Per comprendere la nostra identità dobbiamo sognare ad occhi aperti e chiusi, dobbiamo favorire l’emergere delle emozioni, dei sentimenti, delle passioni, delle immaginazioni delle fantasticherie, dell’abbandono ai ricordi. Dobbiamo far dialogare i due emisferi del cervello e far loro imparare a prestarsi ascolto; dobbiamo far incontrare il coscio e l’incoscio per fargli parlare la stessa lingua, dobbiamo togliere la confusione dal generatore della nostra energia vitale quando si incontrano pulsioni, sentimenti e ragionamenti e fare emergere l’Anima. Per Hilman l’Anima è il luogo della sorgente dove si costruiscono l’albero delle emozioni, la ragione e la follia. Sentire la voce dell’anima significa guardare dentro di noi e visitare le contrade del nostra panorama interiore, e mettere tra parentesi la propria storia contingente e lasciare errare il proprio spirito in un piacevole volo libero tipico del sogno. La dimensione spirituale delle immagini dell’anima perfeziona l’idea di realtà.
Non ha senso desertificare la propria storia. Anche quando sembra che il mondo vada in frantumi, occorre sempre ricordarsi di essere una persona sorprendente: un uomo/donna forte che sa badare a se stesso. Un uccello non ha bisogno di prendere lezioni per imparare a costruire il nido, né deve frequentare corsi di volo per imparare a spostarsi nel cielo. Tutti gli animali possiede l’istinto alla vita, ma gli uomini hanno qualcosa in più: l’immaginazione creativa, la grande sorgente dell’attività umana, la forza che va sempre nella direzione giusta, la guida che conduce sempre ad un solo scopo: vivere.

aprile 25, 2011

marzo 25, 2011

luglio 6, 2010

Depressione? Parliamone


Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo a Psicheia

Depressione? Nel linguaggio comune diciamo di essere depressi quando ci capita di sentirci un po’ tristi per qualcosa, “ sentirsi giù”. La tristezza è un’emozione umana ed è perfettamente normale attraversare momenti di sconforto in relazione ad eventi particolarmente dolorosi. E’ una modalità affettiva universale che ci permette di superare le frustrazioni, le delusioni e le perdite. Ogni cambiamento nell’arco di vita individuale, “è perdita di qualcosa di noto e avventura dell’ignoto”, porta con con sé sentimenti di depressione per la perdita, e di ansia per l’ignoto, poiché è legato al nostro bisogno di continuità e integrità. Vivere significa affrontare continuamente cambiamenti fisici ed ambientali. E’ dunque, sempre presente il rischio di passare dalla depressione fisiologica alla depressione patologica, potremmo dire che oscilla tra normalità e patologia. Si può parlare di lutto? Si, quando è una normale reazione alla perdita di una persona cara,o ad un periodo “ critico” di trasformazione del senso di sé, come una separazione, la menopausa, la perdita del lavoro. Il lavoro del lutto coincide con una depressione, in cui l’oggetto d’amore perduto è tenuto in vita dentro di noi, ma la realtà prende il sopravvento e si è di nuovo capaci di guardare avanti. Quando però i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o sono sproporzionati rispetto ad essa o persistono per troppo tempo, c’è perdita di autostima, il senso del tempo e dello spazio cambia e si ha la percezione dell’impossibilità di uscire dalla situazione, allora si entra nella patologia. Si tratta di un disturbo psicologico che causa maggiore sofferenza e disabilità nella popolazione, così frequente da colpire attualmente il 15% di essa. L’incidenza della depressione a livello internazionale risulta essere in rapido aumento, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2020 questo disturbo potrebbe rappresentare la seconda causa di malattia ed invalidità temporanea. La Sindrome Depressiva, introdotta dallo psichiatra Meyer nel 1920, è un disturbo psicologico il cui quadro sintomatologico è caratterizzato da disturbi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi in grado di compromettere il funzionamento di una persona e le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale. Non si tratta quindi di un semplice ‘umore triste’ ma di un insieme di peculiari stati d’animo, modalità di pensiero ed azione. Inoltre, la tristezza non è sempre il sentimento più importante, non di rado, infatti, il soggetto esprime sentimenti di vuoto, di appiattimento emotivo. Secondo il DSM IV unitamente alla presenza di un umore depresso o di anedonia (vale a dire marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività) altri sintomi più caratteristici e frequenti presenti da almeno 3 mesi sono:

• l’umore stabilmente triste, un senso di abbattimento o di “vuoto” quasi ogni giorno, la perdita di speranza, la convinzione di non poter essere aiutato, il sentimento di infelicità, talora l’irritabilità;

• la perdita di interesse e di piacere (o anedonia) quasi ogni giorno, nelle attività e negli hobby che prima davano piacere, compreso il sesso, senso di distacco dalle persone care;

• il rallentamento psicomotorio (riduzione dei movimenti e della mimica, eloquio scarso e monotono, ecc.), quasi ogni giorno, talora sostituito, invece, dall’agitazione psicomotoria, con irrequietezza motoria e segni motori di tensione e di ansia;

• la perdita di energia, esperita ogni giorno, con difficoltà a concentrarsi, a ricordare, a prendere decisioni;

• l’insonnia o l’ipersonnia ogni giorno;

• la perdita di appetito e/o di peso o l’aumento di appetito e/o di peso

• la riduzione dell’interesse, del desiderio e/o del piacere sessuale

• la presenza di sintomi fisici “sine materia” come cefalea, disturbi digestivi, dolori alla schiena ed agli arti, ecc.

• pensieri di morte o di suicidio , tentativi di suicidio.

Come si percepisce un depresso? Sente sé stesso, la propria vita, la realtà circostante secondo una trasformazione peggiorativa che colora di qualità spiacevoli e dolorose. L’esistenza si svuota di significato e interesse, è vissuta nella solitudine, la morte è percepita come liberatrice. Emergono sentimenti di colpa che mascherano rabbia e disperazione, che intaccano la propria autostima. Cambia il modo di essere nel mondo, soprattutto nei parametri del tempo e dello spazio, in tal senso si produce una paralisi nel divenire, il peso del passato si dilata, pochi atti del proprio passato connotano tutta la storia personale e si caricano di negatività, il passato non ha più esperienze piacevoli, la nostalgia è dolorosa, il futuro inaccessibile, sbarrato, non c’è più progettualità, ed il presente si contrae, diviene immodificabile. Lo spazio interiore è ristretto, angusto, chiuso immobile, vuoto, gli oggetti e gli altri divengono irraggiungibili, da potersi esprimere in parole come: “Mi sento lontano dentro” Questo vissuto non è immaginario, non è un castigo divino, non è dovuto a colpe personali, egoismo o ad una particolare debolezza di carattere o ad uno stato d’animo che si può superare con uno sforzo di volontà. Dal punto di vista neurobiologico si riscontra una iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, di conseguenza elevati livelli di cortisolo nel sangue provocano effetti dannosi a tutto l’organismo. Il trattamento terapeutico integrato è essenziale sia farmacologico che psicologico. Gli interventi farmacologici implicano l’assunzione di farmaci antidepressivi di nuova generazione, quali gli inibitori selettivi della ricaptazione della Serotonina (SSRI) che hanno meno effetti collaterali (es. convulsioni, diarrea, cefalea) di quelli precedenti ( triciclici). Di recente hanno una buona efficacia i trattamenti come la fototerapia e quelli naturali come l’IPERICO o la fitoterapia. Il farmaco può tamponare una situazione di difficoltà, creando le premesse ad un percorso psicoterapeutico fondato sull’ascolto come accade nei gruppi o nelle sedute individuali. L’ascolto può permettere alla persona di imparare a confidare sulla propria capacità di progettare e di scegliere, affrontando anche i rischi insiti nei progetti e nelle scelte; esprimendo pensieri e sentimenti (che possono coinvolgere anche i familiari), imparando a non avere paura ad esprimere le proprie emozioni, come la rabbia, l’aggressività, e la noia.. Sarà possibile, in tal senso, creare una nuova modalità di relazione con sé stessi e con gli altri.

Dr.ssa Lina Giuliano, Psicologa

giugno 19, 2010

giugno 5, 2010

Non perseguitarmi!


 

Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo a Psicheia

Le ossessioni amorose sono antiche quanto la storia dell’uomo.
Cercare di instaurare o mantenere una relazione sentimentale, inviare fiori, doni o lettere sono espressione di un corteggiamento spesso apprezzati e gratificanti, ma se pervasivi e reiterati in “assenza del consenso” del destinatario diventano molesti, sgraditi e persecutori, potenzialmente dannosi e destabilizzanti. Questo modello comportamentale ripetitivo ed assillante è stato definito con il termine stalking, “fare la posta, braccare, pedinare, perseguitare”, delineando l’inquietudine che qualifica i comportamenti dello stalker e l’ansia che incutono nella vittima perché inseguita e importunata.
In Italia con la legge del 23 aprile 2009 è stato introdotto il reato di “atti persecutori” punibile con l’art. 612-bis del c.p. e la sanzione prevista oscilla tra i 6 mesi ed i 4 anni. Questa condotta agita intenzionalmente, in modo consapevole, deve essere reiterata nel tempo tale da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o paura nella vittima.
Ma chi è lo stalker? Può trattarsi di un estraneo, di un conoscente, un collega, un ex partner che agisce spinto dal desiderio di recuperare un precedente rapporto o per vendicare un torto subito.
La persecuzione può manifestarsi con telefonate, con sms, e-mail,  o anche con comportamenti invadenti con familiari e amici della vittima; con l’aspettare, inseguire, raccogliere informazioni sui suoi movimenti, cioè l’aspetta sotto casa, la segue sul posto di lavoro, frequenta i posti come bar o palestra dove può incontrarla, tenta di entrare nella sua vita privata e sociale con messaggi sulla macchina, o scritte sui muri dell’abitazione. Questi comportamenti sono forme di aggressione psicologica e fisica finalizzate al controllo, attraverso la ricerca del contatto con l’altro, a sopraffarne la volontà violando la sua libertà personale. In tal senso questa modalità di approccio sessuale non rispetta la soggettività della persona che diviene ”oggetto” di desiderio e di attenzioni.
La percezione dello stalking è basata sul  pensiero ossessivo di essere amato e di amare  convinto che l’oggetto delle sue molestie sia effettivamente innamorato di lui, pertanto agisce compulsivamente su una situazione relazionale che può essere parzialmente o totalmente immaginata, seguendo i propri bisogni e negando la realtà della vittima, quindi non accetta i ripetuti no, la mancanza di interesse dell’altro .
Diversamente, però, da una persona normale che dinanzi ad un rifiuto compie un passo indietro, il molestatore assillante molto sensibile a sentimenti di umiliazione e di vergogna contro i quali si difende con rabbia, svaluta l’altro con atti intimidatori e di terrore psicologico che possono sfociare in violenza. 
Un soggetto che mette in atto questo tipo di persecuzione danneggia progressivamente la propria salute mentale e la qualità della propria vita sociale che vanno deteriorandosi sempre di più, via via che la persecuzione si protrae nel tempo.
Diversi studi hanno condotto a delineare un profilo psicologico dello stalker, in base ai bisogni e desideri motivazionali, identificando il “risentito” spinto dal bisogno di vendicarsi, o dalla ricerca di una relazione e di attenzione; il “corteggiatore incompetente” che mette in atto comportamenti opprimenti espliciti, aggressivi, per una scarsa o inesistente competenza relazionale. Lo stalker “respinto” che reagisce ad un rifiuto della vittima e infine il “predatore molesto” che ambisce ad avere rapporti con una persona che può essere pedinata, inseguita e spaventata, in tal senso la paura lo eccita, elicitando una sensazione di potere sull’altro.
Molteplici i vissuti emotivi delle vittime, la paura gioca un ruolo importante nell’evitare di denunciare il persecutore, il senso di colpa o la responsabilità di quanto accade, alcuni credono di aver fatto qualcosa di sbagliato e meritare le molestie. La vittima si difende cambiando la sua vita quotidiana, il numero di telefono, le attività sociali, il lavoro sviluppando uno stato di emergenza, di ansia, fobie, insonnia, incubi, flashback fino ad un quadro di Disturbo Post traumatico da stress.  Una persona che subisce questo tipo di persecuzione non deve negare il problema sottovalutando l’agire dello stalking, dopo aver spiegato con chiarezza che non vuole avere nessuna relazione con lui, non deve mai rispondere alle sue chiamate, né rispedire eventuali lettere o regali ricevuti, poiché tali gesti potrebbero essere interpretati come richieste di contatto e conferme di una relazione immaginaria. E’ necessario informare i propri familiari e amici del proprio vissuto ansiogeno, ricorrere alle diverse agenzie di aiuto, quali la polizia locale, gli avvocati e alle associazioni che forniscono supporto psicologico per riacquisire autostima e gestire lo stress nel percorso di denuncia del fatto.
I particolari cambiamenti della società contemporanea come la crisi dell’indissolubilità del matrimonio, il modificarsi dei rituali di corteggiamento, la mescolanza di culture e tradizioni diverse, gli sviluppi della tecnologia delle comunicazioni, rendono necessaria una comprensione più ampia dello stalking e interventi che non siano solo giudiziari ma interdisciplinari.
Dai numerosi studi psicologici sull’argomento emerge una evidente mancanza di conoscenza e consapevolezza del proprio mondo emotivo individuale, che non sviluppandosi in famiglia e poi a scuola, conduce ad una incompleta conoscenza di sé stessi, all’incapacità di gestire i propri bisogni e quindi ad una incompetenza relazionale. Uno stile educativo familiare e scolastico che dia spazio ad una “alfabetizzazione emozionale”  potrebbe aiutare il bambino e poi l’adulto ad identificare e condividere emozioni ed affetti, integrando sia gli aspetti della sfera affettiva sia quelli della sfera cognitiva, normativa ed etica, promuovendo il riconoscimento di valori spirituali ed etici fondamentali nello sviluppare un senso ed un rispetto della vita.

Dr.ssa Lina Giuliano, Psicologa

maggio 28, 2010

BINGE EATING DISORDER (BED)


Riceviamo e pubblichiamo un prezioso contributo a Psicheia

 

Il Binge Eating Disorder (Disturbo da alimentazione incontrollata) è un disturbo del comportamento alimentare che è stato descritto in modo chiaro ed esaustivo solo di recente. Si tratta di una patologia che spinge il soggetto a compiere grandi abbuffate non accompagnate da quelle strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso che si ritrovano nella bulimia nervosa (vomito, lassativi, esagerato esercizio fisico, etc…). Le persone che manifestano questo disturbo assumono, in un tempo limitato, quantità di cibo esagerate, con la sensazione di perdere il controllo dell’atto del mangiare. Queste situazioni si ripetono più volte la settimana, anche in momenti in cui non si ha una sensazione fisica di fame. Quindi, il problema principale sembra consistere in una difficoltà a controllare l’impulso ad alimentarsi. Questo spiega perché, nella maggior parte dei casi, in questi soggetti sia presente una condizione di sovrappeso o di obesità. Infatti il disturbo sembra colpire il 2-3 % della popolazione, ma il 30 % degli obesi. In genere non colpisce adolescenti, ma soggetti tra i trenta e i quaranta anni. Perché si possa parlare di Binge Eating Disorder, occorre che coesistano un certo numero di comportamenti:

  • Le abbuffate devono avvenire almeno due volte alla settimana.

  • Devono verificarsi per un periodo di almeno sei mesi. 

  • Devono, in genere, essere indipendenti dallo stimolo della fame.

  • Quasi sempre, le abbuffate devono avvenire in solitudine. 

  • Il soggetto non prova gratificazione, ma un forte senso di colpa. 

  • Non esistono meccanismi di compensazione, al contrario di quanto avviene per la bulimia nervosa.

È presente, in chi soffre di questo disturbo, un marcato disagio riguardante il mangiare in modo incontrollato. Le caratteristiche cliniche del Disturbo da alimentazione incontrollata sono molto simili a quelle della bulimia. Infatti le persone affette sono molto preoccupate per il loro comportamento, se ne vergognano, e lo giudicano un grave problema, sia per la sensazione di perdita di controllo, sia per le conseguenze che le abbuffate hanno sul peso corporeo e sulla salute. Per quanto concerne le cause di tale disturbo, ci sono soltanto ipotesi. La più attendibile è che il Binge Eating Disorder sia legato a uno stato depressivo del soggetto, anche se non è ancora chiaro se sia il BED a innescare la depressione o il contrario. Di certo, un umore negativo (rabbia, noia, frustrazione, etc…) facilita l’insorgere della patologia. Dal punto di vista psicologico, il soggetto affetto da Binge Eating Disorder avrebbe una scarsa autostima, e l’abbuffata non sarebbe che il modo per riempire il proprio vuoto interiore. Il Disturbo da alimentazione incontrollata influenza la vita della persona che ne soffre, da un punto di vista sia fisico che psicologico e sociale. Ci possono essere complicanze mediche che di solito sono dovute allo stato di obesità (per esempio: diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione arteriosa, ridotta aspettativa di vita, etc…). Questi problemi generalmente richiedono la normalizzazione del peso e dell’alimentazione. Dal punto di vista psicologico, le persone sono spesso depresse o stressate a causa del problema alimentare, e possono, in alcuni casi, manifestare isolamento sociale a causa del loro stile alimentare o per il fatto di trovarsi in una condizione di sovrappeso o di obesità. In realtà, il Binge Eating Disorder non è altro che una condizione permanente di una situazione che può riguardare tutti. L’eccessiva gratificazione del cibo per contrastare uno stato potenzialmente depressivo è sicuramente non patologica e comune a molte persone (questi vengono chiamati casi “mascherati”). In ogni modo, le cure sono essenzialmente di due tipi: psicologiche e farmacologiche. Queste ultime si basano sulla somministrazione di antidepressivi (di norma i serotoninergici). Funzionano bene, ma dopo pochi mesi i loro risultati si attenuano. Diventano, pertanto, indispensabili le cure di tipo psicologico.

I trattamenti di psicoterapia a disposizione per la cura del Disturbo da alimentazione incontrollata sono:

  • Gruppi di terapia interpersonale: si tratta di una forma di terapia breve che si focalizza sulla soluzione dei problemi relazionali della persona. 

  • Psicoterapia ad orientamento sistemico-relazionale, focalizzata sulla risoluzione delle difficoltà relazionali che si presentano all’interno del sistema familiare. 

  • Terapia cognitivo comportamentale, che punta alla risoluzione del sintomo presentato, e nel caso specifico alla scomparsa delle abbuffate.

Infine, alcuni trattamenti, come quello cognitivo-comportamentale, prevedono un counselling psico-nutrizionale. Attraverso il monitoraggio quotidiano dell’alimentazione fondato sull’utilizzo di un diario alimentare in cui la persona annota cosa ha mangiato durante il giorno, questo trattamento permette di modificare le abitudini alimentari scorrette e di raggiungere e mantenere risultati a lungo termine.

Dr.ssa Chiara Rufo, Psicologa

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