PSICHEIA

aprile 11, 2010

Sbatti il matto in manicomio!


 

Torna in voga con l’attuale governo in carica, la messa in discussione della Legge 180/78 sugli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, meglio conosciuta come Legge Basaglia. Si parla della legge che impose la chiusura dei manicomi, ponendo fine alla ghettizzazione e alle disumane condizioni in cui vertevano gli oltre centomila internati in modo coatto, perchè malati di mente. Persone con disturbi mentali, gravi e gravissimi, disadattati sociali, alcolisti e tossicodipendenti, tutti raggruppati tra le stesse mura, estirpati e dimenticati da una società che li teme a tal punto da preferire di gettarli nel dimenticatoio, quali inutili scarti del sistema. Nessuna distinzione di cura, proprio perché l’obiettivo dei manicomi non è mai stata la cura, ma una collocazione fisica per questi ingranaggi mal funzionanti. Ma poiché vale il detto che non si spreca niente, si è pensato bene di utilizzarli come cavie da laboratori per sperimentazioni scientifiche e farmacologiche. Tanto chi li avrebbe reclamati, chi si sarebbe preoccupato di far valere i loro diritti. Tuttavia a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, va diffondendosi anche in Italia, come in tutto l’Occidente, un movimento di de-istituzionalizzazione che mette in discussione i manicomi, aprendo il dibattito su modalità alternative di trattamento dei disturbi mentali. Questo movimento nel nostro paese nasce a Gorizia, grazie all’iniziativa dello psichiatra Franco Basaglia che si fece carico di promuovere concetti quali il decentramento, la territorialità, la continuità assistenziale tra l’ospedale psichiatrico, il territorio e la famiglia, l’importanza del lavoro in equipe e dell’impiego di professionalità specializzate nel settore. Si affacciano così per la prima volta sullo scenario politico temi come l’assistenza domiciliare, l’importanza di offrire strutture di accoglienza intermedia fra l’ospedale e la famiglia, la promozione della cultura della prevenzione al disagio, coinvolgendo la persona con disagio mentale in lavori nella comunità e nell’ambiente di vita, contrastando così l’emarginazione del malato mentale. Queste idee sono le stesse che costituiscono la Legge approvata il 13 maggio del 1978 rubricata come “180” che regolamenta ancora oggi il trattamento sanitario volontario e obbligatorio, e grazie alla quale sono stati istituiti i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente infatti la Legge “180” è confluita nella Legge 883/78 del 23 dicembre 1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale, un sistema pubblico a carattere universalistico che garantisce l’assistenza sanitaria per tutti i cittadini, garantendo una funzionalità assistenziale territoriale, svolta dai servizi sanitari regionali, dagli enti e dalle istituzioni di rilievo nazionale e dallo Stato, nella piena attuazione dell’art. 32 della Costituzione Italiana che garantisce la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e della collettività, nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Insieme con il servizio sanitario locale si sviluppa anche la rete di sostegno dei soggetti erogatori di servizio che prenderanno piede negli anni ottanta. Il movimento di de-istituzionalizzazione della cura dei malati mentali si è fondata su una evidente volontà di attuare un vera e propria organizzazione sanitaria di base, con il principale obiettivo di garantire i diritti della persona. Principi sacri spesso non menzionati da coloro che a più riprese cercano di rianimare il dibattito sulla Legge “180”. Il problema attuale non è quindi quello semplicistico di annullare una legge che ha permesso alla persona con disagio mentale di poter tornare a godere dei propri diritti umani, ma semplicemente di migliorare l’efficacia di quei servizi sociali pubblici di cui la stessa legge “Basaglia” si è fatta promotrice. Garantire ed accrescere il livello di assistenza alle famiglie e al malato, con frequenza e qualità maggiori e non favorendo invece una ulteriore commercializzazione del malato e della malattia, fin troppo emergente con la sempre più diffusa cultura della pillola magica in grado di risolvere ogni nostro problema. Il dubbio è che si vogliano attaccare i servizi sociali pubblici alla persona, per riaffidare le persone con disagio mentale nelle mani delle strutture sanitarie. Magari quelle private.  

Dr.ssa Fabiana Speranza, Psicologa

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